Era il 1982 quando nelle sale cinematografiche usciva il primo film della saga di Rambo. Nel film il veterano di guerra riesce a sfuggire alla polizia nascondendosi nel bosco, sopravvivendo per giorni grazie all’utilizzo di tecniche militari che gli garantivano l’approvigionamento di cibo, la costruzione di ripari e cure mediche.

La narrazione televisiva degli ultimi anni ha raffigurato i survivalisti come dei moderni John Rambo, capaci di affrontare ogni ambiente e ogni situazione in solitaria con l’utilizzo di strumenti di fortuna: in parte è così, ma questa visione limita la figura del survivalista.

Il survivalista conosce le tecniche necessarie ad affrontare situazioni impreviste, come ad esempio una calamità naturale, ha grandi capacità di autocontrollo e non rinuncia alle attività collettive, sapendo che la sopravvivenza si basa principalmente sulla cooperazione.

Al survivalista si affianca anche la figura del prepper (da to prepare): è un movimento nato nel ‘900 nel Regno Unito e USA a seguito della paura di una possibile catastrofe nucleare che aleggiava  durante il periodo della Guerra Fredda. Scongiurato un ipotetico attacco sovietico, i moderni preppers si tengono preparati per qualsiasi evento imprevisto, che va da un’alluvione al crollo della società dovuto alla mancanza di reperibilità di materie prime fondamentali, principalmente studiando un piano per le scorte di acqua e cibo, attrezzando un rifugio sicuro, imparando tecniche di sopravvivenza.

La recente pandemia di Coronavirus e le conseguenze a cui ha portato, come la difficile reperibilità di strumenti utili come mascherine o, per brevissimo periodo, la mancanza di rifornimenti nei supermercati fino alle vigorose proteste nelle piazze di tutto il mondo, ha dato risalto alle figure dei survivalisti e dei preppers, gli unici realmente pronti ad affrontare questa emergenza.

Abbiamo intervistato Daniele Dal Canto, istruttore master advance F.I.S.S. (Federazione italiana survival sportivo e sperimentale), per comprendere meglio il mondo della sopravvivenza e per fare chiarezza sulle figure del survivalista e del prepper.


Daniele, come definiresti il Survival? Quali sono le principali differenze con il Prepping?
“Il Survival può essere definito come una attività multidisciplinare atta al far proseguire la vita delle persone non soltanto in un contesto di emergenza o di pericolo immediato, ma anche nella normale quotidianità. Le differenze con il Prepping sono davvero pochissime, entrambe partono da uno stato di ‘preoccupazione’, cioè pre-occuparsi (occuparsene prima) che porta nello specifico a informarsi e formarsi con un costante addestramento delle principali tecniche di sopravvivenza, pianificare strategie preventive di intervento e in fine a scegliere e preparare l’equipaggiamento più idoneo”.

Qual è stato il primo approccio a questo mondo?
“Più che un approccio al mondo Survival e Prepper direi che ci sono nato con questa ‘attenzione’. Già da ragazzo incominciai a incuriosirmi dopo aver visto al cinema il film drammatico The Day After del 1980, film americano che parla di quello che sarebbe accaduto al pianeta dopo una guerra nucleare. All’epoca ignoravo l’esistenza dei Prepper o del fatto che si potesse studiare le tecniche di sopravvivenza e delle loro metodologie. Dopo aver visto quel film incominciai ad informarmi e a provare ad acquisire informazioni e competenze ‘dai grandi’ sul come comportarsi in caso di blackout, sisma, incendio o alluvioni, e da lì ho cominciato il mio percorso di formazione”.


Ci esporresti una situazione in cui hai utilizzato le tecniche acquisite?
“Sono molte le situazioni dove ho attinto al mio bagaglio di Survivalist per risolvere dei problemi o superare degli imprevisti. La prima in assoluto che tutt’ora è presente nei miei ricordi fu quando, durante una risalita di un corso d’acqua, io e altri due mie amici venimmo isolati da una piena su un lato del torrente, bloccati e senza apparentemente vie di fuga. Dopo alcune decine di minuti, visto che il flusso d’acqua non diminuiva, decidemmo di abbattere un lungo albero presente sul nostro lato, per farlo cadere sull’altra sponda a mo di ponte. Ci riuscimmo e dopo diverse ore di marcia nella fitta vegetazione ritornare ai nostri mezzi. Avevamo sedici anni”.

Qual è lo strumento che non deve mai mancare ad un survivalist? Perchè?
“Come mi ripeteva spesso mio nonno «un uomo vale quanto il suo coltello». Quindi dico senza ombra di dubbio il coltello, se devo scegliere uno strumento, ma è anche vero che da solo questo strumento è inefficace. Un coltello come uno zaino o un’attrezzatura da montagna è inutile senza la conoscenza, la consapevolezza e le capacità. Il coltello nello specifico è uno strumento ‘disubbidiente’ che ha bisogno di cura e molta attenzione soprattutto nell’utilizzo, sennò continuerà a fare il suo lavoro anche quando saremo distratti e ci ricorderà, con un bel taglio, che abbiamo sbagliato. Il perché di questa scelta è ovvia: è lo strumento ridondante per eccellenza, che trova il suo impiego in tutti i lavori in ambito outdoor, dalla preparazione dei cibi alla costruzione di strumenti o alla preparazione di inneschi per il fuoco, anche per la difesa personale o nel realizzare strumenti da caccia”.


Tu insegni questa disciplina, sei istruttore Master Advance F.I.S.S. Come si svolgono i tuoi corsi?
“I miei corsi di Survival vengono sviluppati generalmente in un weekend: venerdì, sabato e domenica. Durante il corso si alterna lezioni frontali e una didattica teorico/pratica sul come organizzare strategie di intervento, preparazione dell’equipaggiamento e del kit di sopravvivenza e moltissima pratica in ambiente sia individuale o di sottogruppo. La domenica viene conclusa con un esercitazione di movimento e messa in opera delle loro strategie create durante il corso, principalmente legata alla navigazione terrestre per raggiungere una via di scampo.
Ogni anno, nel mese di dicembre, viene organizzato un weekend aperto a tutti i corsisti dell’anno precedente chiamato ‘Contest‘, dove per l’occasione gli viene organizzata una maxi simulazione di Survival”.

Chiunque può essere un Survivalista? Serve un’attitudine particolare?
“Tutti possono approcciarsi al Survival o al Prepping, cioè al prepararsi ad affrontare, entro certi limiti ovviamente, gli imprevisti, i rischi o le calamità che la vita spesso ci mette davanti. Sicuramente un fattore determinante per sviluppare questa mentalità è quello di diventare il più autonomi possibile e studiare per acquisire maggior competenza non soltanto in ambito di vita outdoor, ma anche nel saper fare. Un Survivalista all’occorrenza deve sapersi improvvisare falegname, muratore, elettricista, meccanico e se serve anche dentista o infermiere… Ovviamente a uso personale e in situazioni di emergenza la dove non sia possibile l’intervento di specialisti. Ecco perché definisco il survival e il prepping attività simili con la stessa finalità”.

Un consiglio a chi vuole avvicinarsi per la prima volta al mondo del Survival.
“Per chi volesse intraprendere questo percorso, che può essere intrapreso a più livelli sia come semplice curiosità da soddisfare o come un vero proprio ‘modus vivendi’, il mio consiglio è quello di farlo prendendo come guida professionisti di settore, istruttori e formatori che lo fanno di professione, certificati e competenti. È meglio lasciar perdere hobbisti, dilettanti e chi lo fa come secondo o terzo lavoro”.

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